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Crisi

Uganda tra petrolio e crisi globale: l’effetto Hormuz sull’economia che cambia

Le tensioni in Medio Oriente e le ripercussioni sullo strategico Stretto stanno ridisegnando gli equilibri energetici globali e pesano molto sul continente africano

In Uganda, il 2026 avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova fase economica. Dopo anni di attesa, il paese si prepara a entrare nel mercato petrolifero come esportatore, con i primi flussi di greggio attesi entro la fine dell’anno. Eppure, mentre i progetti cominciavano a prendere forma, uno shock esterno rischia di complicare la transizione.

Le tensioni in Medio Oriente e le ripercussioni sullo Stretto di Hormuz stanno ridisegnando gli equilibri energetici globali. L’aumento dei prezzi del petrolio, legato alle interruzioni delle rotte e alle incertezze sulle forniture, potrebbe teoricamente favorire un produttore emergente come Kampala. Ma il beneficio resta, almeno nel breve periodo, molto più teorico che reale.

Il nodo è strutturale. L’Uganda produce petrolio in prospettiva, ma oggi continua a dipendere dall’importazione di carburanti raffinati. Il greggio estratto nei giacimenti del Lago Alberto — tra cui i progetti Kingfisher e Tilenga — dovrà essere trasportato attraverso l’oleodotto EACOP fino al porto di Tanga, in Tanzania. Nel frattempo, la raffineria nazionale non è ancora operativa.

Tale squilibrio espone l’Uganda ad una doppia pressione: da un lato l’aumento dei prezzi globali, dall’altro la dipendenza da forniture esterne che arrivano via Kenya. Per un’economia senza sbocco sul mare, il rincaro dell’energia si traduce rapidamente in un aumento dei costi di trasporto e, a cascata, dei prezzi interni.

Le conseguenze si estendono oltre il settore energetico. La crisi mediorientale incide sulla disponibilità di fertilizzanti e materiali agricoli, fondamentali per una nazione che esporta prodotti come il caffè. Anche le rimesse, una delle principali fonti di entrate, risentono del rallentamento economico nei paesi del Golfo, dove lavorano centinaia di migliaia di ugandesi.

Inoltre, l’avvio della produzione petrolifera resta una promessa di riequilibrio. L’export di greggio potrebbe ridurre il deficit delle partite correnti, finora sostenuto soprattutto da investimenti esteri legati ai progetti energetici. Ma la tempistica conta: i benefici strutturali richiederanno tempo per materializzarsi, mentre le pressioni sui prezzi sono immediate.

Restano infine le fragilità interne. Il peso elevato dei beni alimentari nei consumi delle famiglie amplifica l’impatto dell’inflazione, mentre vincoli fiscali e debito limitano la capacità dello Stato di intervenire. Il quadro politico, segnato dalle recenti elezioni, aggiunge un ulteriore elemento di incertezza che non fa bene per le speranze attuali e future di Kampala.

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