L’Africa ha sempre più centralità nel discorso pubblico mondiale ma non ha ancora un seggio permantente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: su questo tema giovedì 24 settembre si sono confrontati colleghi giornalisti e analisti internazionali in un evento di alto livello in forma ibrida, parte dei relatori in presenza e altri in collegamento da remoto. Tra cui chi scrive.
Nell’intervenire ho voluto rimarcare che, quando il segretario generale, António Guterres, definisce «ingiusta e indifendibile» la mancata presenza africana nell’organismo decisonale dell’ONU, non sta semplicemente sollevando una questione di diplomazia procedurale o di corretta etichetta geopolitica. Sta mettendo a nudo l’anacronismo strutturale dell’architettura di potere globale.
Un’organizzazione multilaterale progettata nel 1945 per evitare una terza guerra mondiale riflette un ordine geopolitico ormai tramontato: un’epoca in cui la stragrande maggioranza delle nazioni africane si trovava ancora sotto il giogo coloniale e non aveva voce nelle decisioni che avrebbero plasmato il pianeta.
Continuare a governare il XXI secolo con gli strumenti del XX non è soltanto un’ingiustizia storica, ma una condanna alla paralisi, favorendo l’irrilevanza delle Nazioni Unite.
L’assenza dell’Africa nel Consiglio generale delle Nazioni Unite sfugge a qualsiasi logica strategica contemporanea.
Il continente ospita oggi circa 1,5 miliardi di persone, una quota demografica in forte espansione e una rilevanza economica e geopolitica ineludibile.
Inoltre, una percentuale maggioritaria delle missioni di mantenimento della pace dell’ONU e dei dossier in agenda al Palazzo di vetro riguarda proprio il territorio africano. Escludere chi vive e gestisce in prima persona queste crisi dalle decisioni vincolanti e dai diritti di veto significa condannare il Consiglio a una cronica mancanza di legittimità sul campo.
La conseguenza diretta è sotto gli occhi di tutti: risoluzioni spesso inefficaci, percepite come imposizioni di potenze esterne, e una progressiva erosione della fiducia verso il multilateralismo a favore di blocchi regionali o intese bilaterali pragmatiste.
Tuttavia, denunciare l’ingiustzza non basta più.
Lo stallo che da decenni caratterizza i dibattiti sulla riforma del Consiglio di Sicurezza deriva dal fatto che l’attuale struttura a cinque membri permanenti con diritto di veto è blindata dalle stesse potenze che dovrebbero cedere quote di potere. Per superare l’attuale immobilismo e restituire al Consiglio la legittimità e l’efficacia richieste dalle sfide odierne, la riforma non può ridursi a un mero allargamento numerico, ma deve ripensare la natura stessa della rappresentanza.
Un cambiamento costruttivo e percorribile dovrebbe svilupparsi lungo due direttrici fondamentali. In primo luogo, l’assegnazione all’Africa di due seggi permanenti non a titolo individuale per singoli Stati, ma ad assegnazione regionale gestita direttamente dall’Unione Africana.
Questo approccio eviterebbe le storiche rivalità tra le potenze regionali del continente — come Nigeria, Sudafrica o Egitto — permettendo all’organizzazione continentale di ruotare o designare i propri rappresentanti sulla base di mandati definiti e trasparenti.
In secondo luogo, la vera chiave dell’efficacia risiede nel superamento o nel ridimensionamento del diritto di veto, lo strumento che oggi trasforma il Consiglio in un’arena di paralisi e veti incrociati di fronte alle crisi umanitarie. Se abolire completamente il veto nell’immediato appare irrealistico a causa dell’opposizione dei P5, la riforma dovrebbe inteodurre un “veto condizionato” o limitato. Per tutti i nuovi membri permanenti, compresi quelli africani, e progressivamente per quelli attuali, il veto non dovrebbe applicarsi in caso di atrocità di massa, crimini di guerra o genocidi, come già auspicato dal codice di condotta del gruppo ACT (Accountability, Coherence and Transparency). In alternativa, il veto esercitato da un singolo membro permanente dovrebbe poter essere superato da una maggioranza qualificata di due terzi dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il tempo dei rinvii e delle dichiarazioni di principio è scaduto. Non si tratta di fare una concessione all’Africa, ma di garantire la sopravvivenza stessa del sistema multilaterale. Senza la voce delle realtà finora marginalizzate, il Consiglio di Sicurezza continuerà a scivolare verso l’irrilevanza; incorporarli con regole operative rinnovate è l’unico modo per restituire all’ONU la forza morale e politica di cui il mondo contemporaneo ha disperatamente bisogno.
NEWS e ANAlisi dalle Afriche venerdì 09 Ottobre 2026


