La tensione nel Golfo Persico ha raggiunto un punto di rottura senza precedenti. Mentre i cieli sopra l’Iran vengono solcati da raid aerei incessanti, il Pentagono sta orchestrando un massiccio accumulo di forze terrestri che fa presagire un’imminente invasione via terra. Nonostante i proclami di vittoria del Presidente Trump, il conflitto sta aprendo crepe profonde nell’alleanza atlantica e alimentando un’aspra opposizione interna negli Stati Uniti. Una pioggia di missili ha colpito la capitale e infrastrutture civili iraniane; come ha confermato l’emittente statale iraniana IRIB, diversi distretti di Teheran sono stati colpiti da attacchi aerei, incluse le zone residenziali d’élite nel nord e i quartieri di Tehransar e Mofatteh, situati strategicamente vicino all’aeroporto internazionale Mehrabad.
Le autorità iraniane denunciano una strategia mirata a colpire le infrastrutture civili, dichiarando un attacco a una struttura farmaceutica a Teheran, che avrebbe inferto un “colpo significativo alla catena di approvvigionamento medico nazionale”, e portato a 24 il numero totale di strutture sanitarie colpite dall’inizio delle ostilità. Più a sud, il porto di Bandar Abbas è finito sotto il fuoco incrociato: il funzionario provinciale Ahmad Nafisi ha definito “criminale” il bombardamento del molo passeggeri Shahid Haqqani, pur confermando l’assenza di vittime, secondo quanto riportato da Middle East Eye.
Mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha fissato un ultimatum diplomatico per il 6 aprile, i movimenti di truppe suggeriscono che la via del dialogo sia ormai residuale. L’accumulo di forze nella regione è senza precedenti, la concentrazione navale è la più alta dal 2003, anno dell’operazione “Iraqi Freedom”. Hegseth ha avvertito che, se l’Iran non accetterà le condizioni di Washington, gli Stati Uniti non si limiteranno più ai raid aerei chirurgici, ma passeranno formalmente all’impiego degli “stivali sul terreno”, “Boots on the Ground”, per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz e le infrastrutture petrolifere. Gli Usa schierano tutta la potenza navale con le portaerei Abraham Lincoln, Gerald R. Ford e la George H.W. Bush, partita il 31 marzo con 6.000 soldati. Migliaia di paracadutisti della 82ª Divisione Airborne sono arrivati nella regione, con 1.500 unità d’élite inviate come “rinforzo rapido” per il controllo di aeroporti chiave. La nave d’assalto anfibio USS Tripoli (LHA 7) ha sbarcato 2.500 Marines, con altri 2.500 in arrivo dalla California. Il Pentagono mira al controllo dell’isola di Kharg, snodo vitale per il 90% dell’export petrolifero iraniano, e alla creazione di “zone cuscinetto” per neutralizzare le minacce missilistiche. Ma Teheran continua a manifestare resistenza contro ogni ultimatum. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha risposto duramente alle previsioni di Trump su una fine rapida del conflitto: “L’Iran è pronto per almeno sei mesi di guerra”, e ha inoltre smentito categoricamente l’esistenza di negoziati diretti o accordi sui termini statunitensi, aggiungendo: “Non si può parlare al popolo iraniano con il linguaggio delle minacce e delle scadenze.” Ad aggiungere incertezza sul futuro di ogni possibile soluzione c’è il rifiuto dell’Europa in un coinvolgimento nel conflitto.
L’operazione sta provocando una frattura diplomatica storica nella NATO, e molti alleati, temendo ritorsioni o un’esposizione eccessiva, hanno voltato le spalle a Washington. La Spagna di Sanchez ha chiuso lo spazio aereo ai velivoli USA diretti in Iran; l’Italia, tramite il Ministro della Difesa Crosetto, ha negato l’uso della base di Sigonella in Sicilia, Parigi ha vietato il sorvolo per il trasporto di equipaggiamento militare, mentre Londra è stata criticata per il mancato appoggio bellico. Anche la Polonia ha negato il ricollocamento dei sistemi di difesa Patriot verso il Medio Oriente.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che gli USA potrebbero “rivalutare il rapporto con la NATO” al termine del conflitto, mettendo in dubbio l’utilità di un’alleanza in cui i membri negano l’accesso alle basi durante una crisi. Le parole di Rubio sulla necessità di “rivalutare la NATO” suggeriscono che, a prescindere da come finirà in Iran, l’architettura di sicurezza occidentale uscita dalla Seconda Guerra Mondiale potrebbe essere arrivata al capolinea, ma Trump deve fare i conti anche con l’opposizione interna.
Il senatore democratico Chris Coons ha attaccato duramente quella che definisce una “guerra per scelta”: “Non è solo il prezzo alla pompa di benzina. Sono la spesa, le bollette e persino i mutui. Le famiglie americane stanno pagando il prezzo per un conflitto senza chiarezza.”
Nonostante il dispiegamento massiccio di truppe, il Presidente Donald Trump mantiene ancora un tono ambiguo, alternando minacce di distruzione totale a dichiarazioni di vittoria: “Penso che la finiremo. Abbiamo vinto questa guerra”, ha dichiarato, affermando che l’uccisione di numerosi funzionari iraniani equivale ormai a un “regime change”. Ma la “vittoria” di Trump sembra più un annuncio mediatico che una realtà operativa sul campo. Nel frattempo, la stabilità energetica mondiale resta in bilico. L’Iran sta tentando di creare un sistema alternativo che favorisca navi battenti bandiera pakistana o scambi energetici in Renminbi cinesi anziché in dollari. La capacità degli Stati Uniti di garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz rimane dunque il banco di prova definitivo per il loro status di superpotenza.
L’ombra di un conflitto regionale totale si allunga: il gruppo iracheno Kata’ib Sayyid al-Shuhada ha già avvertito che l’uso del territorio del Kuwait per un’invasione di terra trasformerà la battaglia in una guerra totale, citando la legge del taglione: “Occhio per occhio, dente per dente”.
Mentre l’ultimatum del 6 aprile si avvicina, la comunità internazionale osserva con il fiato sospeso: il mondo si trova davanti a un bivio dove ogni mossa, che sia l’invasione di terra o un estremo tentativo di de-escalation, avrà costi umani ed economici senza precedenti. La domanda non è più solo se gli Stati Uniti vinceranno la guerra, ma quale ordine mondiale rimarrà in piedi una volta che le armi avranno smesso di sparare. Se il tempo della diplomazia sta per scadere; quello delle conseguenze globali è appena iniziato.


