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Diritti umani

Verità per Fatmata Kamara: il crimine è accertato, la giustizia no

L'agente Igor Markov condannato, ma la pena sospesa gli evita il carcere: la battaglia di Abu Bakar continua.

Il verdetto è arrivato, ma il sapore che lascia è quello amaro dell’ingiustizia. La lotta ora continua, verso la Corte Europea.

“Fatmata era piena di vita, allegra, generosa” non si dà pace il marito Abu Bakar. È stata uccisa a sangue freddo due anni fa da Igor Markov, un agente di polizia, che il 19 aprile 2023 ha sparato e ucciso la giovane Fatmata Mansaray Kamara, e che ora è stato dichiarato colpevole dalla corte d’appello. Tuttavia, la sentenza emessa sembra quasi un paradosso crudele: un anno di prigione con pena sospesa. In termini pratici, a meno che non commetta un altro reato nei prossimi tre anni, l’uomo che ha spezzato la vita di una donna innocente di 23 anni non varcherà mai la soglia di una cella. Per la famiglia, il messaggio è devastante: una condanna formale che si traduce in un’assoluzione di fatto.

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Quella di Fatmata Kamara, una giovane donna della Sierra Leone, è una cronaca drammatica in cui si intrecciano le ferite della crisi migratoria, la violenza delle autorità e una logorante battaglia legale alla ricerca della verità. Fatmata stava tentando di superare il confine tra Grecia e Macedonia del Nord insieme al marito Abu Bakar. Nei pressi della città di Gevgelija, durante un’operazione di polizia, il silenzio è stato spezzato da uno sparo: l’agente Igor Markov ha esploso un colpo di pistola che l’ha raggiunta, uccidendola. Ma la storia non finisce con quel proiettile, continua nel trattamento disumano riservato a chi è sopravvissuto. Mentre Abu Bakar stringeva tra le braccia la moglie morente, invece di ricevere soccorso o conforto, è stato ammanettato e incarcerato, privato persino del diritto a un ultimo addio alla sua compagna.

“Voglio verità e giustizia per mia moglie.” Con queste parole, Abu Bakar ha rifiutato l’offerta della polizia di essere rilasciato in cambio del silenzio. Non ha accettato di “dimenticare tutto”, dando inizio a una battaglia legale che nessuno voleva concedergli. È solo grazie al coraggio di Abu Bakar, della madre di Fatmata, Mariatu, e delle sue sorelle, che si è giunti a un’indagine e a un processo. Dopo una prima sentenza di assoluzione che aveva scioccato l’opinione pubblica, questo nuovo verdetto ristabilisce una verità fondamentale: quello che è accaduto a Fatmata è stato un crimine. Il verdetto è storico, ma insufficiente, sebbene sia un riconoscimento importante. Significa che nessuno potrà più negare l’accaduto, nessuno potrà più sostenere che l’operato di Markov sia stato legittimo, ora la memoria di Fatmata è ufficialmente legata a un atto di ingiustizia accertato. Tuttavia, il colpevole torna a casa. Nonostante la condanna, resta l’amarezza per una pena che appare simbolica, Markov non è stato nemmeno interdetto dal servizio in polizia o dall’uso delle armi, una decisione che la famiglia considera un insulto alla memoria di Fatmata.

Dietro la resistenza di Abu Bakar non c’è stata solo la sua incredibile forza d’animo, ma anche il sostegno costante di Second Tree. L’associazione è stata in prima linea per garantire che la voce di Abu non venisse soffocata dal silenzio istituzionale, denunciando le menzogne iniziali e supportando la famiglia in ogni fase del lungo e doloroso percorso legale. È grazie a questa sinergia tra il coraggio dei familiari e l’impegno civile di Second Tree che si è riusciti a ribaltare la narrativa iniziale, portando il caso sotto i riflettori della giustizia internazionale e garantendo che la storia di Fatmata non venisse archiviata come un semplice “incidente di percorso”. Ma la famiglia della giovane donna non ha intenzione di fermarsi qui. È già previsto un ricorso alla Corte Suprema e, se la sentenza non dovesse ancora rendere piena giustizia, sono pronti a portare il caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La vicenda ha smosso le coscienze di migliaia di persone che in questi mesi hanno inviato messaggi di solidarietà e si sono rifiutate di lasciar cadere il silenzio su questa morte. Come ha ricordato Abu Bakar, questa non è solo una battaglia privata: “La lotta per la memoria di mia moglie, la lotta per la giustizia per Fatmata, è la lotta per tutte le persone costrette a viaggiare e che non hanno voce.”

Finché la pena non rifletterà la gravità della perdita di una vita umana, la giustizia rimarrà un traguardo ancora da raggiungere. La battaglia per Fatmata continua.

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