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Conflitti

Viti arrugginite e spazzatura: la violenza sessuale nel Tigray

Tigray

Tigray. Sottoposte a stupri di gruppo, torturate, i soldati hanno inserito nei genitali viti, tagliaunghie e messaggi scritti; l'oltraggio dei corpi, messaggi inequivocabili sul tentativo di genocidio.

Le violenze sessuali, i corpi come armi e il tentativo di genocidio

Sottoposte a stupri di gruppo, torturate; viti, tagliaunghie e messaggi scritti inseriti a forza nei loro ventri dai soldati; l’oltraggio dei corpi, messaggi inequivocabili sul tentativo di genocidio. Decine di migliaia di donne sono state vittime di violenza sessuale nella guerra durata due anni, che ha messo a ferro e fuoco il Tigray. Scoppiata a Novembre del 2020, in due anni ha distrutto una regione e lasciato macerie umane e strascichi con i quali la società civile dovrà fare i conti per decenni. Una delle guerre che l’occidente sembra non aver notato, se mai ne ha avuto interesse, difficile da dimenticare per chi l’ha subita sulla propria pelle e di cui porterà sempre i segni, dentro la testa, dentro il corpo, sulla pelle.

Migliaia di donne hanno denunciato alle autorità sanitarie ed alle Ong presenti sul territorio violenze indescrivibili, violenze di gruppo, inserimenti di oggetti e messaggi scritti nei loro corpi. Corpi sfigurati, utilizzati dai soldati eritrei ed etiopi, come vere e proprie armi di propaganda, oltre che di offesa. Donne che hanno portato per anni, dentro di loro, tagliaunghie, viti e chiodi, punte in acciaio arrugginito, biglietti scritti e avvolti nella plastica. Il caso riportato dal The Guardian e ripreso da tutte le testate internazionali non è un caso unico. Le donne sono state utilizzate come merce di scambio, come arma di offesa al nemico, come arma di guerra; un evento tragico e disumano che accomuna – ahimè – i conflitti in ogni angolo del mondo.

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Photo Credit: Ximena Borrazás / The Guardian
Photo Credit: Ximena Borrazás / The Guardian

 

Ma lo stupro nel Tigray, perpetrato dalle truppe eritree ed etiopi che hanno occupato gran parte della regione durante i combattimenti contro le truppe tigrine, è stato concepito dagli aguzzini come un vero e proprio tentativo di genocidio (non sappiamo ancora quanto sistematico ed organizzato). Molte donne, rivoltesi agli ospedali anche due anni dopo, a causa di dolori addominali e infezioni, hanno scoperto di avere dentro di loro messaggi scritti ed avvolti in buste di plastica, lasciati dai loro aguzzini.

Photo Credit: Ximena Borrazás / The Guardian

Dopo averle picchiate, dopo averle sottoposte a stupri di gruppo, derise ed utilizzate come merce di scambio, soldati e milizie al seguito hanno inserito oggetti di ogni sorta, volti a oltraggiare i corpi e lanciare un messaggio chiaro, inequivocabile: non dovrete più essere in grado di procreare, di dare vita, siete morte dentro, il vostro popolo è destinato a scomparire.


“Hai dimenticato quello che ci hai fatto negli anni ’90? Non abbiamo dimenticato. D’ora in poi, nessun tigrino darà alla luce un altro tigrino” e ancora “Figli d’Eritrea, siamo coraggiosi. Ci siamo impegnati a far questo e continueremo a farlo. Le femmine tigrine non saranno più fertili. Siamo ancora determinati a vendicarci per il 1998“.


Photo Credit: Ximena Borrazás / The Guardian

Messaggi trovati negli uteri, nelle cervici, incastrati tra le ossa, che hanno prodotto infezioni purulente e dolori indicibili, ma che hanno lasciato cicatrici nella psiche e nell’anima che difficilmente potranno essere curate nella calma apparente che oggi regna nella regione. Le donne, rivoltesi agli ospedali ed alle cliniche tornate operanti nella regione, hanno scoperto le conseguenze dell’orrore. Nelle immagini e nelle cartelle cliniche la testimonianza di ciò che è stato documentato durante questi anni; prove che sono finite nel dimenticatoio, chiuse in un cassetto e che oggi (per fortuna) arrivano alle prime pagine dei giornali.

Le vittime oggi, lo stigma e la difficoltà di uscire allo scoperto

Oggi le vittime di violenza sessuale nel Tigray devono fare i conti con le “ferite dell’anima”, il vilipendio del loro corpo e della loro mente, risvolti psicologici che molto spesso si sono trasformati in tentativi di suicidio o di atti di autolesionismo. Casi che vengono seguiti al meglio delle loro possibilità dai sanitari presenti, dalle Ong, dalle strutture religiose che mai come oggi hanno bisogno di sostegno e strumenti, perché i casi continuano ad aumentare, escono fuori ad anni di distanza, alla spicciolata.

Durante la guerra i soldati minacciavano di morte i medici e gli infermieri degli ospedali, qualora avessero assistito queste donne; alle vittime di violenza dicevano apertamente di non chiedere aiuto, di non recarsi in ospedale, perché le avrebbero trovate ed uccise. Centinaia di donne, a rischio di perdere la vita -anche per i sanitari – sono state assistite ma mai registrate.

La distruzione delle strutture sanitarie ha fatto il resto. Dopo due anni di guerra l’80% degli ospedali e delle cliniche della regione era distrutte o gravemente danneggiate. Molte di esse sono state saccheggiate, i macchinari sono stati rubati, rendendo impossibili anche delle semplici analisi di laboratorio; gli archivi distrutti, i computer con i dati dei pazienti andati persi per sempre, le cartelle cliniche delle poche violenze registrate andate irreparabilmente distrutte. Molte delle vittime però, per paura di essere uccisa, a causa dello stigma sociale, del timore di essere respinte, non hanno mai denunciato quanto loro accaduto; solo oggi, dopo essersi rivolte a chi di dovere, dopo un percorso di assistenza, raccontano gli episodi, fanno i conti con la loro salute, con quanto ha segnato irrimediabilmente la loro esistenza.

Photo Credit: Ximena Borrazás / The Guardian

Molte di queste testimonianze sono state documentate grazie al coraggio di alcuni religiosi, medici e giornalisti che durante il conflitto hanno nascosto le prove di migliaia di tortura e violenza sessuale, come immagini, radiografie, cartelle cliniche e i corpi estranei estratti dagli uteri e dalle cervici delle donne. Prove schiaccianti di cosa è accaduto nel Tigray in quei due anni: donne torturate e stuprate, donne avvolte con teli di plastica e date alle fiamme, seviziate nei genitali con delle forbici, sfigurate con l’acido, corpi oltraggiati ed utilizzati come contenitori d’odio.

Oggi, a cinque anni di distanza, si chiede giustizia; chiedono che i responsabili vengano assicurati alla giustizia, pur sapendo in cuor loro che quanto accaduto difficilmente troverà risposta, non in un’aula di tribunale, non in un carcere. Quasi il 90% delle donne che hanno subito violenza sessuale durante la guerra di Tigray non ha ricevuto alcuna forma di assistenza medica o psicologica.


Photo Credit: Ximena Borrazás / The Guardian

Il buio totale che ha inghiottito la guerra nel Tigray, la mancanza d’interesse per le vittime

Oggi a tenere banco nel panorama nazionale è la tensione crescente tra il governo di Addis Abeba e quello regionale di Mekelle. Sebbene gli accordi di Pretoria abbiano messo fine ai combattimenti nel Novembre 2022, lo scontro politico non è mai cessato. Il tentativo del governo federale di “commissariare” il Tigray, attraverso un’amministrazione provvisoria, si è risolto in nuove frizioni con il Tplf, il partito che da sempre governa il Tigray. Nell’Ottobre 2024 la leadership del Tplf capeggiata da Debretsion Gebremichael ha di fatto esautorato il Presidente dell’autorità provvisoria Getachew Reda, considerandolo un’appendice del PM Abiy Ahmed, per niente attenta ai bisogni ed alle istanza politiche dei tigrini.

A livello internazionale la guerra nel Tigray è un caso rarissimo di “buio totale“, quello che inghiottito la regione durante la guerra, ed ha contributo alla mancanza totale di interesse per quello che stava accadendo. Un blackout assoluto che ha determinato l’assenza per mesi di informazioni e notizie e che ha permesso che crimini di guerra e contro l’umanità, omicidi extragiudiziali, stupri e massacri avvenissero impunemente. Tra i 600.000 e gli 800.000 morti, questa la conta delle vittime di questa guerra, questo è quanto riporta uno studio dell’Università belga di Gand; ma i vivi, oggi, fanno i conti con la morte ogni giorno e non vi sarà studio o pubblicazione scientifica a descriverlo, a documentarlo.

 

 

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