La cancellazione della conferenza internazionale sui diritti digitali RightsCon 2026 a Lusaka segna un passaggio rilevante nelle dinamiche tra sovranità nazionale, pressioni geopolitiche e libertà fondamentali. L’evento, organizzato dall’Access Now e previsto dal 5 all’8 maggio, avrebbe dovuto riunire migliaia di partecipanti da oltre 150 paesi, rappresentando la prima edizione ospitata nell’Africa subsahariana.
La decisione del governo dello Zambia, annunciata il 29 aprile come “rinvio”, si è rapidamente configurata come una cancellazione di fatto. Il provvedimento è arrivato a pochi giorni dall’apertura, quando viaggi, logistica e organizzazione erano ormai in fase avanzata. Le autorità hanno motivato la scelta con la necessità di una maggiore trasparenza sui temi della conferenza e di un loro allineamento con i “valori nazionali” e l’interesse pubblico.
Following our April 29 announcement, we believe it's important to be transparent about the context that led to the decision. We want to explain, where we can, why this was made on such short notice, only days before we were set to host RightsCon.
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— RightsCon (@rightscon) May 1, 2026
Tuttavia, questa versione è stata contestata da numerose organizzazioni internazionali. Secondo Access Now, la cancellazione sarebbe stata determinata da pressioni esercitate da diplomatici della Repubblica Popolare Cinese sul governo zambiano. Al centro della vicenda vi sarebbe la prevista partecipazione di esponenti della società civile taiwanese, considerata problematica da Pechino. Gli organizzatori riferiscono che, per consentire lo svolgimento dell’evento, sarebbe stato richiesto di escludere alcune delegazioni e di moderare determinati contenuti del programma.
Access Now ha definito questa richiesta una linea invalicabile, incompatibile con i principi della conferenza, fondata sull’inclusione e sulla libertà di espressione. L’organizzazione ha inoltre parlato di “interferenze straniere” e di un caso di repressione che travalica i confini nazionali, incidendo direttamente sugli spazi globali della società civile.
Le accuse di pressioni cinesi sono state riprese anche da altre fonti e commentatori, pur restando formalmente non confermate dalle autorità coinvolte. Alcuni osservatori parlano di un possibile esempio di estensione extraterritoriale di pratiche di controllo del discorso pubblico, mentre altri sottolineano come la vicenda rischi di indebolire l’immagine dello Zambia come attore affidabile nei processi multilaterali.
Parallelamente, la cancellazione ha sollevato preoccupazioni sullo stato dello spazio civico nel paese africano, soprattutto in vista delle elezioni previste per agosto 2026. Organizzazioni per i diritti umani hanno interpretato la richiesta di allineare i contenuti della conferenza ai “valori nazionali” come un potenziale strumento di limitazione della libertà di espressione, associazione e assemblea.
RightsCon rappresenta uno dei principali forum globali dedicati ai diritti digitali, con un’agenda che include governance di internet, sorveglianza, accesso alle tecnologie e libertà online. La sua cancellazione non produce solo conseguenze economiche e organizzative, ma assume anche un forte valore simbolico: evidenzia la crescente vulnerabilità degli spazi di confronto internazionale in un contesto segnato da competizione geopolitica e tensioni tra modelli di governance.
Per lo Zambia, la vicenda potrebbe avere ripercussioni reputazionali, anche alla luce del ruolo svolto recentemente nei processi delle Nazioni Unite sul Global Digital Compact. Per la comunità internazionale dei diritti digitali, invece, rappresenta un segnale di allarme sulla necessità di garantire condizioni effettive di indipendenza e apertura nei paesi ospitanti eventi di questo tipo.


