In Zimbabwe, la questione della riforma agraria continua a suscitare tensioni e polemiche, più di vent’anni dopo l’espropriazione forzata di oltre 4.000 agricoltori bianchi avvenuta all’inizio degli anni 2000 sotto la presidenza di Robert Mugabe. L’obiettivo dell’operazione era quello di correggere le profonde disuguaglianze ereditate dall’epoca coloniale britannica, quando le terre furono sottratte alle popolazioni nere per essere assegnate a coloni bianchi. Tuttavia, la redistribuzione fu caotica, favorì i fedelissimi del regime e molti nuovi assegnatari si ritrovarono senza le competenze o i mezzi per coltivare le terre, provocando un crollo della produzione agricola e una grave crisi economica.
Nonostante il governo continui a considerare necessaria quella riforma, nel 2020 l’esecutivo guidato da Emmerson Mnangagwa si è impegnato a risarcire gli agricoltori espropriati, stanziando un budget complessivo di 3,5 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo il comitato di rappresentanza dei proprietari espropriati, finora soltanto una piccola parte di questi agricoltori ha ricevuto indennizzi, e si tratterebbe soprattutto di persone anziane, malate o in difficoltà economiche, che hanno accettato pagamenti minimi per disperazione.
Attualmente, su circa 4.500 agricoltori espropriati, solo 117 hanno cominciato a ricevere compensazioni, mentre altri 250 sono in trattative. Un recente annuncio del governo prevede l’erogazione immediata di 3,1 milioni di dollari a favore di 378 ex-proprietari, mentre il resto delle somme, pari a circa 311 milioni di dollari, sarà versato in forma di titoli di stato con scadenza tra due e dieci anni. Tuttavia, i rappresentanti dei proprietari lamentano che il termine quinquennale fissato nel 2020 per l’intero processo compensativo sta per scadere, senza che l’accordo sia stato rispettato in maniera sostanziale.


